Sul Terrorismo

...appunti...

About ST

«Preferirei predire in piena libertà, indagando sulla natura, ciò che sarà utile a tutti, anche se nessuno dovesse capirmi piuttosto che, adagiato sui pregiudizi, godermi la lode che mi potrebbero tributare le folle.» Epicuro


LINKS

DEBUNKING








SPOT / BANNERS



banner storico del blog



BLOGS


mirato *loading* volte


shiny...from 5/9/05

Locations of visitors to this page




Profilo Facebook di Andrea Aribandus


14/06/2007
La voce di Al-Qaeda: preparazione dell'11 settembre 2-2

 

«Desidero attaccare ed essere trucidato,
e poi attaccare ed essere trucidato,
e ancora attaccare ed essere trucidato».

Osama bin Laden, citando il Profeta

Nel febbraio del 1998, bin Laden e il suo vice, Ayman al Zawahiri, annunciarono di aver fondato una nuova organizzazione, il Fronte islamico internazionale per la jihad contro gli ebrei e i crociati.

Il clan saudita al Ghamdi, di cui quattro gio­vani seguaci, Hamza, Ahmed, Saeed e Ahmed al Haznawi, sarebbe­ro stati i "soldati di fanteria" nei dirottamenti.

Ramzi Mohammed Abdullah Ornar - nome con cui Binalshibh era noto alle autorità tedesche - aveva fatto per­dere le sue tracce. Era appena venuto a sapere che la delibera in me­rito all'appello contro il rigetto della sua richiesta di asilo politico era stata negativa. Rendendosi, quindi, conto che avrebbe rischiato di essere espulso, preferì allontanarsi segretamente da solo per poi rientrare in Germania ancora nel dicembre 1997 con un visto di en­trata rilasciato da un paese Schengen. Questa volta il suo nome era Ramzi Binalshibh.
(I visti Schengen sono stati introdotti il 26 marzo 1995 dai seguenti membri della UÈ firmata­ri del Trattato di Schengen: Austria, Belgio, Danimarca, Finlandia, Francia, Germania, Grecia, Islanda, Italia, Lussemburgo, Paesi Bassi, Norvegia, Portogallo, Spagna, Svezia. Un qualsiasi vi­sto Schengen rilasciato da un'ambasciata o da un consolato dei paesi sopra elencati autorizza il possessore a spostarsi liberamente sul territorio degli stessi).

 

Secondo la testimonianza di Abu Bakr, intermediario di al Qaeda, Atta e Ramzi arrivarono in Afghanistan quasi contemporaneamente. «Arrivarono insieme», dichiarò l'uomo, «io non sapevo chi fossero, ma so che arrivarano insieme. Il fratello Ramzi era molto attivo e andava forte con la tecnologia, mentre il fratello Atta era una perso­na molto gentile»

Già prima che Atta intraprendesse il suo viaggio in Afghanistan, bin Laden e tutto il consiglio superiore di al Qaeda avevano sottoli­neato la necessità di sferrare un attacco contro l'America. Il colla­boratore di bin Laden, Abu Anas - colui che era arrivato nell'appar­tamento di Karachi unendosi al gruppo durante l'intervista di Fouda - attirò l'attenzione del giornalista su un programma televisivo tra­smesso nel febbraio 1998. «Fratello Yosri non hai notato nulla di particolare nell'intervista che lo sceicco Abu Abdullah [bin Laden] ha concesso alla ABC per annunciare la formazione di una nuova or­ganizzazione?», chiese Abu Anas. «Era seduto davanti a una cartina dell'Africa con il Kenya e la Tanzania proprio alle sue spalle. Stava lanciando un messaggio agli americani, ma loro non l'hanno capito. Che stupidi». In seguito Fouda si impose di andare a verificare quel­l'intervista della ABC. Le riprese mostravano un bin Laden preoccu­pato ma sicuro di sé, con indosso una giacca mimetica, seduto sul pavimento con un AK-47 appoggiato sulle ginocchia e diceva: «Ma, Inshallah, la nostra imminente vittoria a Hijaz e Nejd farà dimenti­care all'America gli orrori del Vietnam, di Beirut e di altri luoghi di morte».


Il 7 agosto 1998 due esplosioni, quasi contemporaneamente, raserò al suolo le ambasciate americane a Nairobi e Dar-es-Salaam, causando la morte di 263 per­sone e ferendone altre 4500. I due attentati fecero salire le operazio­ni di al Qaeda a un nuovo livello di allarme. La tattica degli attacchi lanciati con assoluta sincronia, divenuta da quel momento in poi il marchio di fabbrica di ogni azione di al Qaeda, nasceva già mac­chiata di sangue innocente. Si trattava della stessa idea tattica alla base del piano Oplan Bojinka nelle Filippine: attacchi massicci, in­discriminati e spietati.

Nove giorni dopo, a Monaco le autorità tedesche arrestarono Mam-duh Mahmoud Salim e diedero il via alle indagini sul businessman siriano Mamoun Darkazanli, entrambi sospettati di essere finanzia­riamente coinvolti con le attività di al Qaeda in Occidente. Due set­timane dopo, in un appartamento a Torino, furono rinvenuti armi, munizioni e progetti per attentati a enti e associazioni americani in Europa. Nello stesso appartamento, gli inquirenti italiani trovarono anche l'indirizzo di Amburgo di un certo Mohammed Haydar Zam-mar il quale, secondo alcune fonti, era l'uomo che aveva in origine reclutato Atta e gli altri mettendoli in contatto con al Qaeda.

Sebbene al Qaeda avesse già portato a termine alcune operazioni in Africa orientale prima dell'attentato alle torri gemelle, queste erano le prime azioni di rilievo pianificate ed eseguite dall'organizzazione controllata da Khalid Shaikh Mohammed. Il gruppo si sentiva sicu­ro di sé e pronto a sgranchirsi un po' i muscoli. Era arrivato il mo­mento di mettersi al lavoro seriamente per preparare uno "spettaco­lo" mozzafiato. Era giunto il momento di mettere in moto la cellula di Amburgo. L'appartamento di Marienstrasse, ubicato ad appena qualche minu­to di distanza a piedi dalla Technische Universitat Hamburg-Harburg, godeva della posizione ideale per diventare velocemente il quartier generale di al Qaeda in Europa, in cui sarebbero stati piani­ficati gli attentati contro l'America

Verso la metà del 1998, che alcune squadre furono inviate in perlustrazione alla ricerca di potenziali obiettivi in America. Difatti, sebbene l'idea dell'attentato era stata già accettata in linea di principio, i bersagli specifici dovevano an­cora essere identificati. E questo sarebbe stato compito di Atta. Do­po aver studiato alcuni obiettivi terrestri, il comitato militare di al
-Qaeda decise, come spiegato a suo tempo da Khalid, di «eliminare dalla lista gli impianti nucleari, per il momento». La squadra di per­lustrazione raccomandò di depennare dalla lista anche la Casa Bian­ca «per motivi di navigazione aerea»: gli incaricati delle perlustra­zioni avevano infatti spiegato che sarebbe stato molto difficile indi­viduare l'edificio relativamente piccolo da un aereo in volo e che la zona era schermata da un capillare sistema di difesa.

La scelta per­tanto si spostò su un altro obiettivo altrettanto spettacolare, il Capitol Hill, sede del Congresso americano.

In seguito, quando aveva già iniziato a prendere lezioni in una scuola di volo in America, Atta inventò una parola in codice per ognuno dei bersagli scelti. «Il contesto per i nomignoli di copertura sarebbe stato quello di alcuni studenti che speravano di essere ac­cettati in diverse università americane», spiegò Ramzi, «e quindi de­cidemmo di chiamare il World Trade Center, Facoltà di urbanistica; il Pentagono, Accademia delle belle arti; e il Capitol Hill, Facoltà di giurisprudenza». L'ironia insita nel nome in codice "Facoltà di ur­banistica" per il World Trade Center non sarebbe certo sfuggita a Mohammed Atta, il quale aveva studiato la materia per lunghi anni e aveva spesso espresso il suo assoluto disgusto per quel tipo di palazzoni che si sviluppavano a perdita d'occhio verso l'alto.

Se quindi l'aereo del volo UA 93 non fosse stato abbattuto sui cieli della Pennsylvania, la missione di Ziad al Jarrah prevedeva di far­lo schiantare contro il Capitol Hill. Nel novembre 1999 anche al Jar­rah era sparito da Amburgo per tre mesi, durante i quali si era gua­dagnato un kunyah in Afghanistan: Abu Tareq. Quando tentò di da­re una spiegazione per la sua assenza a un collega di studi, Ziad dis­se che aveva voluto imparare a volare in Pakistan «perché era meno costoso che in America»

Una volta completato l'addestramento in Afghanistan, i futuri pilo­ti fecero tutti ritorno in Germania per dare il via a una nuova fase dell'operazione. «I fratelli, intendo i piloti, dall'Afghanistan ritorna­rono in Germania tra il febbraio e il marzo 2000», spiegò Ramzi.

all'aeroporto internazionale di Dubai, al Jarrah fu fermato a un controllo di sicurezza. Qualcuno, proveniente dalla base distaccata della Cia presso l'ambasciata statunitense nello stato del Golfo voleva sapere di più su quell'insolito personaggio. Al Jarrah fu interrogato dal personale della sicurezza che dopo alcune consultazioni con i funzionari dell'ambasciata lo ri­lasciò.

L'amico di al Jarrah, Ramzi Binalshibh - che in seguito sarebbe di­ventato il suo ufficiale comandante - sapeva bene cosa stava viven­do il giovane. «Parlai con il fratello Ziad e gli chiesi: "Come ti sen­ti?". Lui mi rispose: "II mio cuore è tranquillo e io sento che l'ope­razione, Inshallah, sarà un successo».

Ormai Atta non aveva più tempo da perdere. Lui e al Shehhi a que­sto punto escogitarono un piano per "ripulire" le loro identità, de­nunciando il furto dei rispettivi passaporti. Nel momento in cui la destinazione finale della loro missione veniva preparata, era assolu­tamente necessario dotarsi di passaporti ripuliti di "strani" visti, con nuove foto di visi ben rasati e possibilmente con nomi nuovi. Il gior­no in cui furono consegnati i nuovi passaporti, Mohammed el Amir divenne storia, lasciando libera la strada a una nuova persona, il cui nome in meno di due anni sarebbe riecheggiato ovunque: Moham­med Atta.

5 gen­naio 2000,
tre dei dirottatori dell'11 settembre, Khalid al Mihdhar, Nawaf al Hazmi e suo fratello Salem al Hazmi, furono visti prender
parte a una riunione a Kuala Lumpur, in Malesia, dove erano stati messi sotto osservazione dagli agenti dei servizi di intelligence. I tre si incontrarono con altri due uomini - due yemeniti noti per avere una sola gamba, Tawfiq bin Attash, solitamente conosciuto come Khallad, e Fahad al Quso - sospettati di aver preso parte all'attenta­to kamikaze contro il cacciatorpediniere uss Cole nel porto di Aden, Yemen, avvenuto nel mese di ottobre dello stesso anno, causando la morte di diciassette marinai americani. Inoltre si ritiene che all'in­contro fosse presente anche Khalid Shaikh Mohammed, capo del comitato militare di al Qaeda, nonché unico responsabile della pia­nificazione degli attentati contro l'America. A questi si aggiungeva­no Ahmad Hikmat Shakir, un iracheno membro di al Qaeda, e Ri-duan Isamuddin, noto come Hambali, esponente di spicco di Jemaah Islamiah, il gruppo terrorista (il cui capo integralista più ricercato in Indonesia, Abu Dujana, è stato arrestato il 13 giugno 2007), che nell'ottobre 2002 avrebbe creato il caos a Bali con un attentato, causando la morte di circa duecento tu­risti, in maggioranza australiani. La riunione durò quattro giorni per discutere gli ultimi dettagli dell'attentato contro la USS Cole, i pre­parativi per gli attentati dell' 11 settembre e per rivedere alcune ope­razioni che avevano avuto esito negativo, tra cui anche il tentativo di far saltare in aria l'aeroporto internazionale di Los Angeles du­rante le celebrazioni per il nuovo millennio. Nonostante il fatto che al Mihdhar e al Hazmi avessero entrambi alle cestole una squadra di agenti segreti - che tra l'altro avevano messo sotto controllo anche i computer dei due terroristi -, non furono trovate prove concrete di una loro possibile partecipazione alla pianificazione di atti terrori­stici e i due furono lasciati partire senza alcun impedimento. Al Mihdhar e al Hazmi fecero ritorno a Los Angeles, rispettivamente via Bangkok e Hong Kong, arrivando a destinazione il 15 gennaio 2000. Entrambi si iscrissero a una scuola di volo di San Diego, uti­lizzando i loro veri nomi.
Nonostante fossero stati fermati in relazione all'incontro a cui ave­vano partecipato a Kuala Lumpur, a nessuno dei due uomini fu ne­gato il permesso di rientrare negli Stati Uniti. Al Mihdhar potè ad­dirittura uscire di nuovo dal paese nel giugno 2000 per recarsi a Francoforte, mentre al Hazmi ricevette tranquillamente un'estensio­ne della validità del proprio passaporto nel luglio 2001.

Subito dopo il suo ritorno dall'Afghanistan, Ziad al Jarrah seguì l'esempio di Atta e al Shehhi. Il 9 febbraio 2000 si recò all'ufficio registrazione stranieri di Amburgo denunciando il furto del suo pas­saporto libanese numero 1151479 e ricevendone immediatamente uno nuovo di zecca. Nel frattempo Atta aveva dato inizio a una fitta corrispondenza con alcune scuole di volo ubicate sul "territorio nemico" e aveva anche iniziato a considerare ogni minimo dettaglio da ogni possibile ango­lazione e fonte. Khalid aveva ultimato la definizione dei punti fon­damentali della sua "spettacolare" operazione e tutto ciò di cui ave­va bisogno, a questo punto, era una squadra e un leader capaci di concretizzare l'impresa. Il leader con tutte le carte in regola lo trovò in Atta. Era la soluzione inviata dal "cielo". La mente, che aveva at­teso così a lungo per assaporare la vendetta dopo il fallimento del­l'attentato del 1993 e che ora era pervasa di odio nei confronti del­l'America, avrebbe presto affidato il proprio capolavoro alla storia. E il perfetto soldato che aveva appena discusso un'eccellente tesi di specializzazione sulle tendenze edilizie più adeguate al mondo ara­bo avrebbe presto dato prova di altrettanta eccellenza nella distru­zione dell'America.

Intenzioni, obiettivi, nomi, codici, logistica ed esecutori erano sta­ti ormai tutti definiti. Quando la nuova amministrazione Bush si in­sediò alla Casa Bianca, le operazioni di pianificazione e preparazio­ne ormai procedevano a ritmo serrato. Agli occhi di bin Laden, George W. Bush rappresentava il male ancor più del suo predeces­sore. «Nei primi mesi di governo, la nuova amministrazione aveva fatto sapere che avrebbe spostato la propria ambasciata [in quel tem­po a Tei Aviv] a Gerusalemme e che Gerusalemme sarebbe rimasta per sempre la sempiterna capitale di Israele. La decisione era stata accolta positivamente dal Congresso», affermò bin Laden. «Pura e semplice ipocrisia ed estrema ingiustizia, ecco cos'era. Non capi­ranno mai nulla se non quando la spada li avrà colpiti sul collo»16.

Quindici mesi prima dello scoccare dell'ora X, Atta e al Shehhi in coppia, e al Jarrah singolarmente, arrivarono a Miami, Florida. Rag­giunsero la costa occidentale di questo stato del sole perenne, dove svuotarono le valigie in una piccola e tranquilla cittadina chiamata Venice. Come avevano fatto ad Amburgo, anche in Florida Atta e al Shehhi continuarono a fingere di non conoscere al Jarrah e così fe­cero sino all'ultimo giorno precedente agli attentati.

Durante la prima settimana del mese di giugno 2000, Ziad al Jar­rah iniziò il suo corso di volo al Florida Flight Training Center, ubi­cato nei pressi dell'aeroporto locale17. «Aveva comunicato con noi via e-mail», dichiarò il proprietario della scuola di volo, nonché istruttore Arne Kruithof. «Si occupò di tutte le formalità del proprio visto e quando arrivò mi presentò l'intera documentazione a regola d'arte. Era il candidato perfetto. Possedeva già notevoli nozioni in fatto di volo, parlava un ottimo inglese, un perfetto francese e anche altre lingue»18.

Sulle pareti della scuola di volo oggi sono appese centinaia di foto di studenti, tra cui molte anche di al Jarrah. Quest'ultimo divenne parte integrante della piccola compagnia della scuola. «Ziad era una persona con cui si poteva parlare senza problemi», affermò Kruithof parlando del giovane allievo con cui strinse subito una bella amici­zia. «Era dotato di grande senso dell'umorismo e di un altrettanto grande cuore. Una volta fui costretto a rimanere a casa perché ma­lato e lui fu l'unico a farmi visita presentandosi con una pianta in re­galo». Kruithof ricorda anche che nei primi tempi al Jarrah aveva avuto alcune difficoltà con una sua istruttrice donna, superate però velocemente a dimostrazione di un forte spirito di adattamento. Era solito frequentare pub e locali notturni e di tanto in tanto non disde­gnava neanche la sua bella bottiglia di birra.

A centocinquanta metri di distanza dalla scuola in cui al Jarrah se­guiva il corso di volo, proprio sulla stessa via, c'era un altro centro chiamato Huffman Aviation Ine19. Fu proprio lì che Atta si presentò come lo zio di al Shehhi mentre con il responsabile facevano un gi­ro del centro. Due giorni dopo, tornarono con una decisione: si sa­rebbero iscritti a uno dei corsi della scuola, ma volevano altresì che la scuola stessa trovasse loro un posto in cui vivere, visto che sino ad allora avevano soggiornato in albergo.

«Il nostro contabile, Charles, offrì loro una stanza in affitto», di­chiarò il direttore della scuola, Rudi Dekkers, «ma la convivenza durò appena una settimana, perché i due si comportavano in manie­ra incivile e spesso usavano modi sgarbati nei confronti della moglie di Charles... Anche nella scuola avevamo qualche problema con At­ta. Non si può certo dire che fosse una persona gentile, anzi era as­sai arrogante. Aveva il vizio di voler dimostrare di essere al di sopra di tutti... Era un individuo sgradevole. Al Shehhi, al contrario, era gentile, molto gentile. Ancora oggi continuo a credere che non fos­se a conoscenza di quanto stesse accadendo intorno a lui. Atta inve­ce, secondo me, sapeva bene cosa faceva. Aveva la morte stampata in faccia. È incredibile»20.

Quando ormai la loro tecnica di volo si stava affinando, al Jarrah affittò una piccola casa nella zona sud di Venice con due olandesi e una coppia di tedeschi che seguivano il suo stesso corso di pilotaggio, mentre Atta e al Shehhi decisero di affittare un appartamento da soli nella vicina cittadina di Nokomis, a circa una quindicina di chi­lometri da Venice. Alcuni giorni dopo l'inizio delle lezioni, sul con­to corrente che avevano aperto in una banca locale cominciarono ad arrivare soldi dall'estero e, prima della fine del mese di settembre 2000, a loro nome erano stati accreditati oltre 110.000 dollari trami­te bonifici disposti in alcune banche degli Emirati Arabi Uniti da un misterioso banchiere di nome Mustafa Ahmed Adam al Hawsawi.

Alla fine del corso, i conti da saldare per le lezioni erano di 18.703,35 dollari per Atta e di 20.711,07 dollari per al Shehhi, che i due regolarono a rate di 1000 dollari ciascuna, a settimane alterna­te, con assegni emessi dalla Sun Trust Bank. Era comunque Atta che ogni volta firmava gli assegni.


Ziad al Jar­rah iniziò il suo corso di volo al Florida Flight Training Center, ubi­cato nei pressi dell'aeroporto locale. «Aveva comunicato con noi via e-mail», dichiarò il proprietario della scuola di volo, nonché istruttore Arne Kruithof. «Si occupò di tutte le formalità del proprio visto e quando arrivò mi presentò l'intera documentazione a regola d'arte. Era il candidato perfetto. Possedeva già notevoli nozioni in fatto di volo, parlava un ottimo inglese, un perfetto francese e anche altre lingue»

Il 23 gennaio 2001 Zacarias Moussaoui - riserva in caso Ramzi non fosse riuscito a entrare in America - salì su un volo che, dall'aeroporto londinese di Heathrow, lo avrebbe portato nel Minnesota, in cui aveva prenotato alcune sedu­te a un simulatore di boeing 757, pur non avendo alcuna base di vo­lo.
«La cosa più importante adesso era accumulare quante più ore di volo», disse Ramzi, «quante più ore al simulatore dei giganteschi aerei dell'aviazione commerciale, i boeing 747 e 767, e intanto stu­diare tutte le precauzioni di sicurezza da usare negli aeroporti».
Mentre Marwan al Shehhi seguiva Mohammed Atta a Dakota, in Geòrgia, per altre lezioni di volo, Ziad al Jarrah in tutta fretta pren­deva un volo per Beirut e da lì un taxi fino al Zhala Hospital, dove suo padre stava per essere sottoposto a un delicato intervento a cuore aperto. Sapeva che quella sarebbe stata l'ultima volta che avrebbe visto suo padre prima di morire lui stesso in missione in America.
Bin Laden nella videocassetta rilasciata dopo gli attentati dell'11 settembre: "Dapprima sviscerammo l'idea e poi iniziammo la vera e propria organizza­zione. A tavolino calcolammo la portata delle perdite subite dal nemico [da noi previste]. Pensammo che con quattro aerei avremmo avuto un gran nume­ro di passeggeri a bordo. Per quanto riguarda le torri, prevedemmo che un ae­reo, schiantandosi, avrebbe distrutto tre o quattro piani. Io ero il più ottimista di tutti loro grazie alla mia familiarità con la natura dell'operazione. Dissi, infatti, che il carburante dell'aereo avrebbe anche fuso il metallo... E ottimisti­camente ci aspettavamo che i piani superiori sarebbe crollati. Figlio di un influente appaltatore edile in Arabia Saudita, Osama bin Laden era egli stesso un esperto ingegnere di edilizia civile.


Due dei diciannove futuri dirottatori, Marwan e Ziad, furono seguiti da alcuni funzionari della sicurezza nazionale tedesca per tutta la durata del loro volo di perlustrazione tra New York e la California, "ma Allah era con loro".
Per questioni di sicurezza, sulla scelta della data dell'attentato, "ora X", Bin Laden sarebbe stato avvisato solo 5 giorni prima.
Due settimane prima dell'attentato, Ramzi, ordinò alle cellule in attività in Europa, America e altrove di ritirarsi quanto più velocemente possibile.
Ripulì interamente il suo apartamento di Amburgo (i terroristi dell'11 settembre facevano parte della cellula di Amburgo, Germania) e il 5 settembre lasciò la Germania in direzione Pakistan, e non appena arrivato fece mandare un messaggero ad avvisare Bin Laden.  Il giorno prima, 4 settembre, fece lasciare la Germania anche al suo compagno di stanza, Said Bahaji, facendolo passare per la Turchia fino a Karachi (Pakistan).
Secondo Khalid Sheick Mohammed, prima di partire per gli Stati Uniti, tutti e 19 i dirottatori meno uno, avevano registrato su alcune videocassette le loro ultime volontà.
Atta confermò gli obiettivi finali, decise le compagnie aeree americane, stabilì quali fossero le rotte più lunghe con massimo carico di carburante e più elevata puntualità, scelse i più grandi aerei in dotazione alle compagnie (Boeing 757 e 767), solo tre settimane prima dell'attentato.
Il messaggio definitivo riguardo all'attentato, lo diede lo stesso Atta a Ramzi Binalshibh il 29 agosto 2001 alle 2,30 del mattino

(DA COMPLETARE)

Aribandus @ alle 14:19 del 14/06/2007

translate: en-fr-de-es |-- link --| Regolamento <- leggi |-- commenti --| condividi
categorie: 11 settembre, al-qaeda, complottismo


Commenti


ULTIMI
COMMENTI

Aribandus in Sul caso Marrazzo, s...
Aribandus in Sul caso Marrazzo, s...
Aribandus in Che pagliacciata la ...
Aribandus in Sul caso Marrazzo, s...
Faus74 in Che pagliacciata la ...
Faus74 in Sul caso Marrazzo, s...
Aribandus in Sul caso Marrazzo, s...
Faus74 in Sul caso Marrazzo, s...
Aribandus in Calderoli batte Fini...
Aribandus in La droga spaccia vio...

TAGS

CERCA




- SCREENSHOT -
di 1 giorno qualunque


PHOTO


SONDAGGI


BRAVE WOMEN











RIFLESSIONI


DISCLAIMER / NOTE

Questo blog non è un prodotto editoriale, ed è prima di tutto un mio blocco di appunti,

il sottoscritto non è (si vede) un giornalista, è un comune cittadino che non ha alcun titolo nel settore antiterrorismo o sicurezza in genere. Semplice 'appassionato'.

I testi qui presi e riportati su altri siti o supporti hanno valore solo se in versione integrale.
Le immagini, a meno che non sia espressamente indicato il contrario, possono essere utilizzate, solo su Internet, a patto che, come per i testi, sia visibile la fonte.

Template for:
Sulterrorismo.splinder.com
by Aribandus



Sempre con me